…prima

30 03 2008

lo stato attuale delle cose
opprime, disgrega, annienta…

ruba i pensieri
confonde gli occhi
mutare
il
presente
in
ricordi
resistere
all’inganno
del
tempo

decidere ciò che ancora non esiste…
credere in niente
lasciarsi cullare dall’infinito
e respirare
senza soffocare

attraversare
il
fuoco
senza
bruciarsi

partire per non morire…

solo…

7 ottobre 2003 – Okram





darkest black

30 03 2008

si squarcia il cielo mentre chiudo gli occhi alla notte
come petrolio
nero
termina
il
mio
respiro
l’aria si fa suono
mentre ingoio cenere
e intanto
termina
lieve
l’ultimo
battito
del
cuore…

8 febbraio 2007 – Okram





…come il vento

30 03 2008

…passa il tempo
ed io osservo
il suo trascorrere,
quieto,
impalpabile…

1 febbraio 2007 – Okram





kataklysm

30 03 2008

lividi sorrisi
e occhi privi di luce
necessitano uno sbalzo d’onda
che divampi incontrollato
che annienti ogni cosa
che spazzi via il buio
e restituisca
l’innocenza
avvinghiata
dentro
di
me…

22 Settembre 2006 – Okram





in your eyes

30 03 2008

…i tuoi occhi mi hanno rapito l’iride
me lo devi restituire integro,
in modo che continui ad osservarti…
leggero,
accuratamente…per cercare di rapire il tuo…

12 Settembre 2006 – Okram





il suicidio del cielo

30 03 2008

frammenti di luce che filtrano
nei miei occhi
veloci mi annientano l’iride
scompare tutto
regna il nero senza fine

avanzano le ombre
con occhi spettrali
leggere mi abbracciano
docili come il vento
prima della disgregazione dell’esistente

resto immobile
attendo
che il bagliore
mi accechi
mi renda immortale

pare di sentire le sue pulsazioni
un ritmo sincopato
una nenia che mi rende attonito
sotto la volta celeste
con gli occhi puntati al plenilunio
osservo la morte del cielo…

8 Settembre 2006 – Okram

da “Spectral Universe” – Achernar – 2008 (versione inglese: Sky’s Suicide)





La Sinistra non vi piace? Neanche a me

30 03 2008

sa_el.jpg

da Liberazione del 30 marzo 2008 – Graziella Mascia

«Andrò a votare la Sinistra arcobaleno solo perché una voce di sinistra sopravviva», scrive Alessandro Dal Lago», «…Perché mai dovrebbero costoro essere convinti a votare a sinistra da retoriche di tipo ecologista, da quell’appello alla mobilitazione generale per salvare la Sinistra (e naturalmente la Politica) che ricorda l’appello a votare il panda?», si chiede Sandro Mezzadra.
Perché é così difficile questa campagna elettorale? Perché, fra attese e speranze, puoi trovare facilmente quello che ti dice: “Alla fine ti voterò, ma sono deluso?”
Non c’entra il voto utile, il pareggio. Alla fine il timore di un paese all’americana, con due soli partiti sempre più simili, può superare lo scetticismo e premiare una Sinistra che vuole tenere aperto uno spazio pubblico. Ma non basta. Quello che ci si chiede è un impegno di rinnovamento profondo che va oltre, è un progetto che guarda al dopo.
Chi non ha ancora sentito, in questa esperienza di campagna elettorale, sciogliersi le diffidenze, solo dopo aver nominato il soggetto politico del dopo?
Per questo, forse è arrivato il tempo di guardare in faccia i problemi, di iniziare la ricerca per il dopo.
C’è una distanza che ci separa dagli operai, che considerano la politica “altro”, dai loro vissuti quotidiani, fatti di salti mortali per arrivare a fine mese, di ricatti del padrone che cancella diritti e norme di sicurezza, e circondato da un progressivo disconoscimento sociale che li ha costretti a un’identità collettiva separata. Come c’è la difficoltà di generazioni più giovani a sentirsi parte di esperienze politiche, che portano il segno della fabbrica fordista e delle lotte degli anni ’70, mentre loro sono nati sotto il segno della precarietà e della dipendenza economica dai genitori.
Ma, quando, non le critiche, ma la distanza da noi coinvolge intellettuali di prim’ordine, che certo non fanno fatica a comprendere le difficoltà oggettive nel rapporto con i poteri forti, e, semmai, hanno da insegnarci sui nuovi fenomeni mondiali, il discorso è diverso. Vuole dire che qualcosa si è rotto.
La questione non è il fatto di essere andati al governo, né tantomeno il “quanto” abbiamo portato a casa. Il punto è il “come” abbiamo affrontato questa esperienza, il “come” noi stessi siamo sembrati “parte” di quelle istituzioni o di quel governo, nonostante le battaglie parlamentari condotte o le manifestazioni organizzate. Nessuno, mi pare, dubita del nostro programma, e la domanda va ben oltre il rapporto con le istituzioni o il governo. Riguarda il nostro agire politico, la mancata condivisone, organizzata, di un percorso, e, soprattutto, la non corrispondenza tra dire e il fare.
“Voi 8, noi 6.000.000.000” – diceva lo slogan contro il “G8” che ha fatto vincere il movimento, nell’immaginario di milioni di giovani da Seattle a Genova. In quelle parole c’era tutto: la denuncia di vecchie e nuove ingiustizie, ricerca e proposte alternative discusse in migliaia di incontri, storie locali e lotte collettive. Ma soprattutto c’era una critica al potere, agli assetti consolidati, ai luoghi di decisione a-democratici, a ogni forma di autoritarismo.
E c’era un’allusione a nuove pratiche politiche, a nuove esperienze di rappresentanza e di democrazia diretta. Ecco, qui sta il punto, la delusione, la distanza. La critica non perché non siamo ancora riusciti a cambiare il mondo, ma è perché non abbiamo cambiato noi stessi. A un processo di innovazione nella cultura politica non ha corrisposto nessuna innovazione organizzativa. Abbiamo pensato di poter cambiare tutte le idee senza cambiare gli strumenti per realizzarle. E così la nostra elaborazione sulla non violenza e sulla critica al potere si è persa. E così la critica femminista, al simbolico della cultura maschile, non ha cambiato di segno la pratica di relazione politica, il rapporto quotidiano nello stare insieme, la valutazione del fare nella selezione dei gruppi dirigenti, la logica di costruzione delle liste. Riusciamo a portare più donne nelle istituzioni e nei luoghi di direzione, e non è poco, ma questo ancora non ha rotto le dinamiche classiche, di competizioni conformiste e allo stesso tempo aggressive, che la sinistra storicamente riproduce. Non è solo un problema dei partiti. Sono questioni che riguardano tutti i soggetti che hanno fatto il movimento. Ma noi abbiamo una responsabilità in più, che ci deriva dalla delega istituzionale che chiediamo.
Penso che dobbiamo ricominciare da qui, da un lavoro di cura, dalla ri-costruzione di una pratica di relazione, di apertura e di inclusione non parolaia, dalla condivisione collettiva di una ricerca progettuale. In luoghi di agio e di scambio di saperi.
E’ tempo di ricominciare, di ricominciare proprio tutto, di riprovarci. E solo in nome della Sinistra del dopo 14 aprile possiamo chiedere oggi un voto.